IL VIAGGIO DI SAMIA YUSUF OMAR. STORIA DI CHI NON HA PAURA.
La lettera di Hodan alla sorella Samia Yusuf Omar. Un legame di sangue spezzato da un destino crudele. Non si può dimenticare chi insegna cos’è il coraggio davanti alle imposizioni e oggi Hodan la ricorda così.
Non dirmi che hai paura. Ci guardavamo negli occhi, io e te, e ce lo ripetevamo. Avevi otto anni e io qualche in più di te. Papà ti chiamava “la mia piccola guerriera” perché tu il coraggio lo avevi imparato e lo avevi fatto tuo. Mi ricordo quando ti alzavi la notte per inseguire il tuo sogno. Ti avevano obbligata a correre con il burka con la stoffa che ti faceva inciampare, gli occhi coperti e il caldo che non lasciava respirare. Allora tu ti infilavi le scarpe da tennis messe dai nostri tre fratelli, con un buco sulla punta e le suole consumate. Non c’era a Bondere, il paesino dove abitavamo, un campo di atletica. Non potevi neanche correre sulla spiaggia perché era lì che andavano i signori della guerra a sparare. Chissà quante volte ti sarai chiesta che sapore ha l’acqua del mare e cosa vuol dire tornare a casa con il salino sul corpo e i capelli increspati. Nemmeno io, fino ad oggi, lo sapevo.
Correvi tra i buchi delle granate, i cocci aguzzi di bottiglia e le lamiere di metallo. Non ti fermava vivere in un paese in guerra dove i signori girano armati. Non ti stupivi se esplodeva una bomba in mezzo al mercato o se piombava una granata sul tetto di una scuola. Vivevamo nell’anarchia più feroce fatta di uomini che arrivavano su una jeep e sparavano. Questione di attimi, intangibili e confusi, in cui non sapevi che cosa sarebbe stato di te. La nostra vita camminava su un filo, fragile, e trovarsi a cena, la sera, tutti insieme, potevamo considerarlo un miracolo. In effetti, papà , Yusuf, è morto così. Vendeva verdura al mercato e una sparatoria non gli ha lasciato scampo. Ma neanche questo bastava a fermare uno scricciolo come te a pensare in grande. “Non devi dire mai di avere paura, piccola Samia, altrimenti le cose di cui hai paura diventano grandi e vincono loro”. Aveva ragione.
Gambe magre, piedi veloci e un corpicino affilato “come un cerbiatto” diceva la mamma. Tu, di paura, non ne avevi.
Alí era il tuo migliore amico, complice, quasi un fratello. Era anche il tuo allenatore. Facevamo parte di due clan diversi, ma questo non ha mai impedito di essere amici. Abitavamo vicini e anche papà, mi ricordo, andava molto d’accordo con il padre di Alí. Ci siamo sempre aiutati, quando potevamo e sapevamo che non saremmo stati in pericolo. Alí ha imparato a leggere apposta per potere studiare le strategie sui manuali di atletica e cronometrava tutti i tuoi successi con un orologio da polso senza cordino. “Devi imparare a volare” ti diceva sempre. “Se impari a volare, Samia, li fai fuori tutti.”
La corsa non era solo una tua passione. Eri un talento e tu lo sapevi. E anche intorno a te tutti se ne erano accorti. Hai vinto la gara del quartiere di Mogadiscio quando avevi solo dieci anni e poi nel 2006 sei diventata la ragazza più veloce della Somalia. La sensazione è quella che, a volte, l’impegno e la dedizione portano da qualche parte. Che allora è vero che anche dal nulla, senza niente, si può diventare qualcuno.
Tu correvi perché ti piaceva e dalla Somalia non volevi andartene. “Amo la Somalia, ma non c’è pace” dicevi con gli occhi lucidi e rassegnati. Per te sarebbe stato il posto più bello del mondo ma quell’incertezza del domani non potevi più sopportarla.
Io poi ti ho persa di vista. Questo succede a due sorelle e a una famiglia intera quando decide di mettersi in salvo. Si sgretola. E per quel che si può ci si aiuta, ma da lontano. Io mi sono trasferita ad Helsinki, in Finlandia. Ogni tanto ci sentivamo, ma comunicare diventava sempre più difficile. Le cose più importanti però le sapevo e le gioie più grandi le condividevamo insieme. Una sera stavi tornando a casa. Mamma e papà ti aspettavano per cena e un signore in giacca e cravatta attendeva il tuo ritorno. Era il presidente della federazione sportiva somala e ti stava proponendo le Olimpiadi del 2008. Saresti stata tu a rappresentare la Somalia davanti a tutto il mondo, a Tokyo. Sapevi che la resistenza non era il tuo forte. Tu puntavi sulla velocità nei 200 m. Nostro fratello ti regaló un cronometro. Non sapevi neanche come funzionasse ed hai scoperto per la prima volta a che andatura ti muovevi. Facevi 200 m in 32,90 secondi. Troppo. Per te, sì, era troppo. E allora ti allenavi, notte e giorno, quando potevi. Dopo la morte di papà, la mamma aveva iniziato a lavorare e in casa aveva bisogno di una mano. Agosto 2008 era vicino, le Olimpiadi ti aspettavano e tu non volevi mancare. Ci sei andata e sei arrivata ultima. Una delle poche volte in cui a te non importava vincere. Certo ti sarebbe piaciuto, ma certe cose le capisci ancora prima di iniziarle. Lí, vicino alla Campbell e alle altre, eri diversa. Loro, ben nutrite, muscoli definiti, vestite da professioniste con un abbigliamento tecnico, erano delle macchine da corsa. Lo sguardo concentrato di chi vuole mangiarsi la pista con i piedi. Tu, così piccola, con la fascia bianca sulla fronte che ti aveva regalato papà, con una maglietta larga che la mamma aveva sbiancato con la cenere per l’occasione e un paio di leggings, neri, che ti arrivavano al ginocchio. I tuoi occhi, invece, erano ingenui e si portavano il peso di tutto quello che ti aveva fatto arrivare lì.
Ha vinto Veronica Campbell Brown e quando lei stava realizzando di avere conquistato l’oro, a te mancavano ancora un bel po’ di metri. Hai tagliato il traguardo tra gli applausi e le grida dei tifosi: tutti urlavano il tuo nome e i giornalisti facevano la fila per intervistarti. Hai fatto la storia, Samia e anche tu, poi, te ne sei accorta. Tu comunque c’eri, ed eri l’unica a rappresentare un paese dimenticato dal mondo, in cui tutti conoscono quello che succede, ma pochi sanno cosa si vive davvero. Tu c’eri, poi, a rappresentare una donna, somala, che corre. Un’atleta che pratica sport in un paese in cui devi avere paura a dire che ti piace giocare con la velocità. Non è poco.
Il momento più bello, mi hai detto, è stato quando hai alzato la bandiera del tuo paese. Lí ti sei sentita importante e mostrare i colori del tuo popolo ti ha riempito di gioia.
Hai capito allora che potevi fare sul serio. Avevi bisogno di soldi per andartene da lì e trovare un allenatore, da qualche parte, ovunque: ormai sognavi le Olimpiadi di Londra del 2012. Un po’ ne avevi da parte, di soldi, un po’ ho cercato di non lasciarti sola e anche la mamma voleva il meglio per te. Lo chiamano Il Viaggio, con la maiuscola, perché della spensieratezza dell’avventura non provi proprio niente. È un costante calvario, in cui se non paghi non esisti, gli schiavisti abusano di te e le condizioni in cui viaggi sono disumane.
Un viaggio lungo 5 mesi per poi salire su un vecchio peschereccio che ti avrebbe promesso di assaporare la libertà in ogni sua forma. È aprile 2012 quando il motore inizia ad ansimare, poi perde velocità fino a fermarsi completamente. Avaria. Ad immaginarti lì, schiacciata in quella massa di corpi pieni di speranza, non ce la faccio. Il mio cuore cederebbe. Sono arrivati i soccorsi italiani, hanno lanciato le corde affinché vi aggrappaste. Così è stato raccontato. Ti sei buttata, ma quella corda era troppo lontana da afferrare. Tu il mare non lo avevi mai visto e non sapevi nuotare.
Quel mare che sapeva di morte.
Silenzio.
Anche lì non hai avuto paura.
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